jueves 24 de diciembre de 2009

IL MAGO DI NATALE


S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti:
regali per tutti.


Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.


In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.


In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.
Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.

Per i grandi invece, ci sarà,
magari in via Condotti,
l’albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono
che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

GIANNI RODARI

lunes 21 de diciembre de 2009

LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE

Ci sono delle parole che ci piacciono molto, così, senza un motivo preciso, se non quello legato al suono. Il significato c'entra, ma fino a un certo punto; talvolta non c'entra nulla. Altre parole non ci piacciono per niente, ci sono francamente antipatiche e il concetto che esprimono può, invece, essere bello, buono e giusto. Io non credo di essere sola a condividere questa faccenda riguardante le parole, anzi immagino di essere in buona compagnia. La stessa cosa accade con le persone, che ci piacciono o no: spesso ci attraggono senza un motivo che riusciamo a mettere bene a fuoco, o altrettanto ci respingono. Lo stesso, almeno a me, può accadere con i libri, al di là di recensioni lette, consigli di amici, o altre suggestioni. Succede che mi chiamino, e io rispondo.
Io amo in maniera particolare certe parole: imperscrutabile ha un fascino irresistibile, come imponderabile, come immenso, ma qui non è solo una questione di suono, ma di significato: se mi metto a riflettere su queste parole, mi si aprono squarci di immenso, di imponderabile, di imperscrutabile, di infinito. Frammento anche mi suscita sensazioni particolari, e pure stupore, sgomento. Acqua azzurro turchino melodia attrazione perfezione respiro afflato perfidia tormento lontananza drappo velo squarcio dramma alma sogno attesa marea magia perla disincanto delirio equivoco passione. Ci sono parole comuni, tra queste, molto comuni, di uso quotidiano, non sono alla ricerca del raro e poco usato ad ogni costo, anche se l'abuso, o l'uso da parte di categorie di persone che non mi piacciono, mi rende antipatica anche qualche parola che di per sè potrebbe essere bellissima, come intrigare, nel suono e nel significato, ma spesso la trovo nei discorsi di gente scontata e banale. Peccato; concludo con gemma ed effluvio, e chiarore e crepuscolo, e coacervo e mi fermo: non ho intenzione di riportare tutte le voci del vocabolario. Lancio un sasso nello stagno: se qualcuno ne avesse voglia, lo raccolga e mi dica quali sono le "sue" parole.

jueves 17 de diciembre de 2009

Capacità di coinvolgere da parte dell'artista, o il processo di rincitrullimento appare irreversibile?


Ieri pomeriggio, in una di quelle giornate di pioggia che ho trascorso a casa, lontana dal lavoro, e totalmente immersa nel mio arcistranoto ruolo di badante casalinga, ero alquanto indecisa sul da farsi: avevo letto la locandina delle manifestazioni natalizie e tra tanti concerti, sfilate dei Re Magi e similia, mi aveva colpito la notizia di questo spettacolo in cui un signore di cui non avevo mai sentito parlare, (ignorante!) Paolo Capodacqua, avrebbe cantato delle poesie di Gianni Rodari, alle quali aveva pure messo un vestito di note. Ero un po’ indecisa, a dire il vero, dopo invece mi sono data un bello scossone e armata d’ombrello mi sono diretta alla Biblioteca comunale che non avevo neppure mai visitato. Arrivo lì e una gentile e sorridente giovane signora mi avvisa che è uno spettacolo per bambini. Sembra volermi dissuadere dal partecipare, ma poi, evidentemente ricordandosi che le biblioteche devono accogliere tutti al di là dell’età, del sesso, della professione, della lingua, e della religione mi dice Io non è che la voglia mandare via e io, che nonostante tutto non avrei protestato se l’avesse fatto, rimango. Intanto mi faccio un giretto in questa piccola biblioteca di pubblica lettura, tranquilla, con tutti i libri ordinati per argomento, a scaffale aperto, amichevole, con poche persone in servizio che lavorano tranquillamente, senza chiasso, con una sala per i più piccoli e anche per i piccolissimi (mi piace molto il fatto che si possano portare i piccolissimi in Biblioteca e che ci siano delle zone specifiche proprio destinate a loro). Giro con tutta calma. Bambini ancora non ce ne sono, ed è appena arrivato anche Paolo Capodacqua, che subito inizia a provare. Sbircio un po’ dentro e vedo un signore con i capelli bianchi, che suona la chitarra e canta con una voce bellissima che mi colpisce subito. Intanto arrivano i piccoli, ma sono proprio piccoli, da scuola materna e qualcuno da asilo nido. C’è una bambina ancora con il ciuccio. Strano, non mi sento per niente fuori posto. Le prove durano un po’. C’è anche da sistemare la sala: se ne occupa la bibliotecaria che mi ha accolto; trasporta dei riquadri di gomma colorati, che incastrati come un puzzle andranno a formare un tappeto su cui dovranno prendere posto i bambini. Mi viene quasi voglia di aiutarla, mi viene quasi naturale e mi sembra di essere al lavoro, anche se da noi ci sono occasioni di intrattenimento di tipo diverso, in cui magari si spostano sedie o altro, o si fa da maggiordomo, o da padrone di casa e questa è una cosa che ho fatto centinaia di volte.
Finalmente lo spettacolo ha inizio. L’artista non si limita solo a cantare alcune poesie di Rodari, che io amo molto, ed è il motivo che mi ha spinto a partecipare, ma il suo spettacolo è molto più ampio e coinvolgente. Racconta di sé, del suo amore per la chitarra fin da bambino, del suo percorso nel mondo delle note, canta delle canzoni per bambini-bambini e per adulti-bambini, mi fa entrare in un mondo fantasioso e colorato che non conoscevo. Lo spettacolo è di quelli in cui si è invitati a partecipare, fattivamente, cantando, battendo le mani, facendo il coro, e alla fine, indovinate cosa? Saltando: il fatto é che non ci sono solo bambini, ma anche adulti, mamme, qualcun altro che forse ha avuto un ruolo nell’organizzazione e infine… io. Che gli viene in mente a Paolo Capodacqua? Di lanciare una provocazione agli adulti presenti: qui bisogna saltare, salti, saltini, saltellini, micro-microsalti e salti giganti. Chi è la prima che si alza e lancia il cappotto, e si lancia in una forsennata serie di salti? Sono io: da non crederci, tutta contenta, con un sorriso grande così, massimo ho cinque anni.
Alla fine dello spettacolo vado pure da quel signore con i capelli bianchi (che è in realtà è ancora molto giovane, un anno meno di me, del 1961, ma si sa, i capelli bianchi invecchiano un po’, come posso sperimentare tutti i giorni sulla mia pelle) per salutarlo e partecipargli tutta la mia gioia. Due notizie due su Paolo Capodacqua, di cui inserisco i link del sito
http://www.filastrocche.it/cantiamo/capodacqua/paolo.asp e di due video, http://www.youtube.com/watch?v=_-MQz5s2UE0 (la mitica Anna di Francia di Claudio Lolli, in cui se avrete pazienza vedrete anche Capodacqua che suona la chitarra) e un altro in cui lo sentirete non cantare, ma presentare un suo disco virtuale http://www.youtube.com/watch?v=3xZ2Od-Lh3g così chi voglia può fare la sua conoscenza: abruzzese, di Avezzano per la precisione, non scrive solo canzoni per bambini e non mette in musica solo poesie di altri, vedi la bellissima operazione fatta su Rodari, ma compone anche altre cose, ed è il chitarrista, come accennato, di Claudio Lolli. Come minimo conosce l’amico del blog a fianco, (abruzzese come lui, e poi hanno in comune la conoscenza con Lolli) e, se mi fossi documentata prima dello spettacolo, avrei anche potuto chiederglielo.
Insomma, mi sono davvero divertita, avreste dovuto vedermi fare il salto del canguro. Tutto questo grazie al bravissimo e trascinante Paolo Capodacqua. (Di cui sono diventata fan su Facebook.)

lunes 14 de diciembre de 2009

Perchè in certi casi soffriamo nel vedere che chi amiamo (e non ci ama più) è felice?



Lo dico sempre io che niente è per caso e che tutto ha un motivo. Sabato sera mi è venuto in mente di pubblicare una canzone di Roberto Vecchioni che amo moltissimo, come moltissimo amo gran parte della sua produzione degli anni settanta, in particolare gli album Ipertensione, Elisir, e Samarcanda, e non solo, anche perchè sono legati a ricordi, alcuni belli ed intensi, altri più sofferti, ma altrettanto intensi. Tranquilli tutti che non ho intenzione alcuna di dedicare al colto "professore", così come ho fatto col dottore, blog o altro, che ca....te del genere basta una a pentirsene per tutta la vita. Semplicemente mi è venuto in mente sabato, e domenica, Vecchioni era ospite da Fazio. Non ne sapevo nulla, semplici coincidenze. L'ho seguito solo in maniera sporadica, negli ultimi due decenni, ma se lo vedo lo ascolto con interesse. Questo è accaduto domenica, quando ha cantato una canzone, "Le rose blu" legata a un momento triste della sua vita, forse alla malattia di una persona cara, di cui non so molto altro. Mi è parso commosso, Vecchioni, nel cantarla e un po' mi sono commossa anch'io.


Voglio raccontare alcuni ricordi legati a lui. Tanti e tanti anni fa, quando avevo un fidanzato che amava molto Vecchioni, che io già apprezzavo nelle sue cose più note, ma che grazie a quel fidanzato conobbi a fondo, una sera trasmisero uno special su di lui in TV, alle dieci di sera. Io all'epoca non rientravo mai prima dell'alba, in quella fase di sbornia iniziale che fa parte dell'innamoramento. Quella sera, entrambi rientrammo presto, proprio per vedere Vecchioni: una tristezza infinita, appena compensata dalle belle sensazioni della sua musica, una volta a casa.


Altri ricordi. Suoi concerti a Cagliari negli anni ottanta, alla fiera: una volta un diluvio universale, in attesa che la pioggia diminuisse, invece il cielo non la smetteva di singhiozzare; un'altra un concerto davvero per pochi intimi, quattro gatti quattro; aspettammo che il pubblico si rimpolpasse un po': non accadde; il concerto fu molto intimo e fu bellissimo.


Ho fatto un giro nel suo sito stamattina, così per aggiornarmi un po'; tiene delle lezioni, Vecchioni, all'Università di Pavia, all'interno di un insegnamento sulla Canzone d'autore italiana, su Fabrizio De André.

A breve gli assegneranno un premio proprio a Firenze, alla Sala de' Dugento di Palazzo Vecchio. "Con lui eri Firenze , i monumenti, il cielo il letto/ Con me oggi una noia da sala d'aspetto." Vorrei portare la riflessione, senza commentare, proprio su questi due versi.


La canzone e il "post" li dedico a Guido, con gratitudine e anche con altri sentimenti, talvolta contrastanti, e già mi vengono le lacrime agli occhi, per il passato, per il presente e ancor di più, per il fututo.


E fu proprio mentre portavo due bicchieri


che mi dicesti "Indovina chi è venuto ieri?"


Io chiesi "Chi?", però sapevo di sapere,


e il primo amante in fondo è come il primo amore.


Pomeriggio: da solo in un po' troppa Toscana,


Ho pensato "Ma brava, va be', ho pensato puttana"


poi che io non c'entravo e che eri stata felice,


con chi non importa e la storia non dice


Le mie tasche eran piene di varie ed eventuali,


ma i tuoi giorni con me sono stati tutti uguali:


con lui eri Firenze, i monumenti, il cielo, il letto;


con me oggi una noia


da sala d'aspetto.


E la sera per cena mi sono pure travestito,


per spiare quel gesto che ti avrebbe tradito;


ma il naso a palla e gli occhiali con la corda


mi segavano in due la parte che ricorda.


E sono esperimenti questi da non più tentare,


perché andando a svestirmi per tornar normale,


non seppi più che togliermi di vero e di finto


e confusi me stesso con la barba al mento:


come avevo confuso per giorni e giorni e giorni


il senso dei sorrisi e quello dei ritorni


senza aver capito che tu stavi cambiando


e gridavi da sola


e che stavi vivendo...


all'uomo della Chevron


che non aveva capito


ripetei sillabando:


"ho paura del lupo,


ho paura, paura:


paura del lupo".


E lui con la pompa in mano


e con il tappo nel guanto


come stesse nel mondo


a dar benzina soltanto


mi guardava stupito


chiedendomi "Quanto?"


"Tanto che a Lodi non ci arrivo mai


si nasconde là dietro perché sto qui,


ma poi quello m'insegue fino a casa mia,


stia qui, mi faccia un pò di compagnia...?


E l'uomo della Chevron


che non aveva capito,


fece tre passi indietro,


non pulì neanche il vetro,


disse"Mamma mi aspetta",


e fuggì nella notte.


E adesso che sto fermo e sento meglio il vento,


adesso che non ne parliamo più da tanto tempo,


c'è tua madre che non sbaglia mai e la cena con gli amici


e a volte a far l'amore siamo quasi felici:


le mie tasche sono piene di varie ed eventuali


ma i miei giorni con te son quasi tutti uguali


e un giorno ti dirò "Indovina chi è venuto?"


ora son cresciuto.


"Guarda: non è bello il mio lupo?"

miércoles 9 de diciembre de 2009

Dentiera


Ormai lo sanno tutti che io sono molto amata dai matti (non quelli tanto per dire, quelli veri) e dagli anziani, quelli intorno ai cento, cento venti anni. Aneddoto fresco fresco, di stamattina. Incontro il mio vicino di casa matto, di cui ho grande stima: è molto gentile e galante, quando è in buona. Mi incontra mentre rientro dal mercato carica di buste, tra cui una gigantesca, che contiene dieci carciofi spinosi. Buongiorno - mi dice - arriva Natale e ora compriamo le stelle di Natale. (Gli piacciono molto, l'anno scorso lodò molto quella che avevo appena comprato.) Sa che lei ha una bella dentiera? (Lui poverino ha tre moncherini anneriti dal toscano, di cui è fedele fumatore.) Grazie molto gentile! - Sa che io quei bei denti glieli strapperei ad uno ad uno con le pinze? (Aiuto, non è che ci sia molto da fidarsi.) Eh, si fa tanto per ridere, sa, scherzavo! (buono a sapersi.) Ora la saluto e le auguro una bella giornata. Lei è splendida! Avete visto? E poi ho il coraggio di lamentarmi sempre perchè il mio parco corteggiatori è ridotto. Invidia?

martes 8 de diciembre de 2009

E se tentassi la carriera di pin-up? (Sono stufa di passare per suora!!!)


Ti sto trascurando caro A pesar, a tutto vantaggio di quella tua costola della pagina a fianco, che purtroppo allo stato attuale (poi si vedrà, ho imparato da tempo che tutto passa, tutto è effimero) mi succhia più energie del previsto e mi acchiappa i pensieri, anche di notte. Certo è che ormai dopo aver prodotto circa 165 post, come in slang da blogger devo definire i miei scritti, forse mi pare di non aver più tanto da dire. Questo non è un blog monotematico, tutto sviluppato intorno a un’idea, a un argomento o a un personaggio. Ho sempre scritto sull’onda del momento, ho parlato molto di me, in alcuni casi di libri, ho tracciato il ritratto di alcune persone, ho fatto intuire cosa penso di alcuni temi essenziali nella vita di una persona, come l’amore, o l’amicizia, ho, senza che questo divenisse troppo presente nel blog, accennato anche con molta discrezione alle mie posizioni politiche, ho parlato quando il blog era ancora un infante di senso civico e siccome questo è un tema che mi sta molto a cuore, ci sono tornata più volte. All’inizio non volevo palesarmi, usavo uno pseudonimo (Sanne) nordico che è anche il nome di una della amiche della vita felice di Anne Frank prima della sciagura. Da Sanne a Sandra il passo non è stato brevissimo ma ci sono arrivata, come sono arrivata a inserire una foto, quella del profilo, che mi ritrae ancora con la chioma scura, prima della svolta epocale della mia vita, che per alcuni può essere decidere di cambiare sesso, andare in Africa a fare il medico in condizioni d’emergenza, farsi suora a cinquant’anni, e per me è stato lasciare i capelli del colore naturale: ognuno ha le sue di svolte epocali. Dopo mi sono palesata in molte foto del passato e del presente, e ho inserito anche immagini di persone che hanno accompagnato la mia vita. Ho scritto cose molto personali, ho addirittura trasformato in questi ultimi mesi il blog in una sorta di diario della disperazione, vissuta sempre in prima linea, con l’azione e non con il rifiuto e con l’indolenza, con la fattività, ma sempre di disperazione si tratta, e sarà sempre peggio.
Ho parlato di uomini, di ricordi, di affetti, di disillusione e di disincanto, di come vivo quest’età, calcando anche un po’ la mano, che mi piace eccedere di tanto in tanto, e servire dei piatti caratterizzati da un gusto deciso. Ho cercato di trasfondervi un po’ di ironia, il sale della mia vita, sempre, anche nei momenti peggiori, anche se a volte è davvero dura. Mi piace trovare il lato comico delle cose, a volte riesco a vedere quello grottesco, anche guardandomi allo specchio, anzi di più, perché la mia ironia è rivolta soprattutto a me stessa. Cos’è quello di oggi, un bilancio, un modo per riempire uno spazio, per non lasciare il vuoto in attesa di uno spunto migliore, se ancora avrò qualcosa da dire, dopo tutto questo scrivere? Forse vi racconterò della mia nuova carriera di pin-up, dopo aver provato a diventare cantante e spazzina, giusto per tirare un po' il fiato e prendere un po' di vacanza dalla mia vera professione, ormai, che purtroppo mi gratifica assai poco: quella di badante incompresa. Non lo so che cosa sia il mio raptus scribendi di oggi: ciascuno di voi, pochi lettori affezionati, lo prenda per come la sua sensibilità gli suggerisce, se ne ha voglia, altrimenti passi oltre: i deliri di Folgorata possono sempre essere un’alternativa; non lasciatevi ingannare dal fatto che sia un blog monotematico: l’oggetto di indagine è in fondo un pretesto per scrivere con uno scopo. Au revoir.

martes 1 de diciembre de 2009

La signorina delle informazioni


Ci sono delle persone che per qualche inspiegabile o spiegabilissimo motivo fanno, involontariamente, credere alla gente di poter soddisfare, più di altre, richieste di informazione, anche le più strane e bizzarre, in qualsiasi luogo esse siano: io sono una di quelle persone, e francamente non saprei dire bene perchè. So solo che mi capita più o meno da sempre, da quando ho assunto le fattezze di persona adulta, (si fa per dire) di venire interpellata per strada, alla fermata dell'autobus, al supermercato, in qualsivoglia ufficio pubblico, e in un sacco di altri luoghi, per fornire informazioni a chiunque. Talvolta si crea perfino la fila. Come ho già scritto in tante occasioni ho quest'aspetto, che corrisponde solo in parte alla mia vera natura, che grazie a Dio non è monolitica, ma sfaccettata, di personcina informata sui fatti, sulle cose, sulle persone e sulle vie. Un aspetto da prima della classe, da politicamente corretta, da donnina di buoni sentimenti e di solidarietà, che non dice mai le parolacce, per cui non hanno paura se la richiesta è troppo specifica o impertinente, di essere mandati a quel paese. Devo essere anche un po' Zelig, perchè nei vari luoghi in cui mi trovo anch'io come cliente o come utente, mi mimetizzo a tal punto con chi in quei luoghi ci lavora, che mi sono sentita chiedere: Il sindaco è già arrivato? Lei è l'assistente sociale? (Al comune) - Il sindaco non è ancora arrivato - ho risposto io - ma oggi anche se dovesse arrivare, non riceve il pubblico, i giorni sono questi questi questi e questi - ho aggiunto. E però poteva anche riceverci oggi. -Signora prenda appuntamento con la segretaria, l'ufficio è quello.

Al supermercato: Si può sapere dove sono le fette biscottate in offerta? In custu logu no si cumprendiri nudda. Questa volta a parlare è una coppia di coniugi di mezza età, lui piuttosto nervoso perchè non trova le fette. Io indosso un vestito con i bottoni davanti che il tizio ha preso per una divisa da lavoro. Castia chi no traballara innoi - lo rimprovera sa mulleri- ma io ormai con un gran sorriso, molto divertita, gli ho già indicato "l'isola delle fette biscottate".

In un albergo di Alghero, d'estate, nella saletta della prima colazione. Mi aggiro tra i tavoli del buffet con sguardo interlocutorio, in bermuda e maglietta bianchi. Dev'essere che anche questo abbigliamento possa essere scambiato per divisa da lavoro, perchè il turista stronzo (ormai lo posso dire, vado tranquilla) mi apostrofa molto ma molto furioso: Insomma è mai possibile che non ci sia lo yogurth bianco intero, ma solo quello scremato? Ahia, qui davvero mi coglie impreparata: se non c'è, non c'è, nemmeno una prima della classe come me lo può aiutare. Scarico la soluzione del problema alla cameriera della sala, quella vera.

Per strada: Mi può dire dove si trova Il parco della Vittoria? - Un po' complicato, siamo a circa otto chilometri di distanza. - Non è che mi può fare uno schemino? -No, guardi, facciamo prima: abito qui vicino, entro un momento a casa e le segnalo le vie sullo stradario, anzi lo tenga pure. Glielo regalo.

Scusi, signora, non è che mi sa dire ogni quanto passa il pullman per andare al Poetto? Devo andare all'Ospedale marino. Ci sono da un'ora. - Purtroppo passa ogni ora, d'inverno, quel pullman, signora, vuol dire che quando è arrivata, era appena passato. Alla fermata ci sono altre dieci persone, io sono sempre la prediletta, quando ci sono io nessun altro viene interpellato. Perchè hai la faccia da prima della classe e il carattere da Grillo parlante e la gente se ne accorge e ti cerca. Non sei contenta? Dici sempre che non ti considera nessuno (e che i tuoi blog non li legge nessuno. Prova a crearne uno in cui dai le informazioni. Vediamo se avrà successo.)

Il tipo di informazioni che di più mi piace fornire è quello sulla mia città, sui monumenti, i musei, i ristoranti, i negozi dove si possono trovare oggetti tipici. In quelle occasioni, quando mi fermano i turisti, dò il meglio di me, e contribuisco a portare fuori un'immagine diversa della donna sarda in certo immaginario collettivo duro a morire. Talvolta certi signori del nord, molto gentili, ma forse dal punto di vista un po' limitato, mi dicono: Lei è un'autentica sorpresa, signora, noi pensavamo che le sarde fossero (pesci?) persone molto chiuse. Lei è così comunicativa! Ora comincerò a promuovere i miei figli, A pesar e Folgorata, in queste occasioni: un po' di sana propaganda non guasta mai, così lo vedono davvero come sono comunicativa.

Insomma ho l'Urp (ufficio relazioni con il pubblico) nel midollo: anzi di più sono l'Urp fatta piccola donna sarda. E dire che me l'hanno promesso per tanti anni, di farmi lavorare all'Urp, e poi, e ancora in parte mi sfugge il motivo, mi hanno adibito ad altre mansioni: il rapporto con il pubblico ha comunque un ruolo fondamentale, e poi in questo modo posso fare uno sfoggio di cultura non indifferente, molto più che all'Urp. Se avete domande, sono a vostra disposizione. Se volete sapere tutto sul cantante chirurgo, mi raccomando, chiedete a Folgorata, tramite il link segnalato. Fidatevi solo di lei e del suo (di lui) sito ufficiale. Ora devo andare a farmi vedere un po' in giro, magari qualcuno ha bisogno urgente delle mie consulenze.